Apice, ghost town nostrana
Gli Americani a noi ci fanno un baffo. Almeno per quel che riguarda le città fantasma. Se ne fanno un vanto di quei borghi sperduti e disabitati fatti di case di legno e strade polverose. Ma da noi qui in Italia le città fantasma hanno strade acciottolate e case in pietra e mattoni, e per di più molte di esse furono costruite quando gli Stati Uniti erano ancora una colonia.
Vabbè, volevo solo distrarvi con un’ introduzione sciovinista, però quello che ho scritto è vero. Se siamo affascinati dalla solitudine, dall’ abbandono dal tempo che lascia i suoi segni sulla pietra, l’ Italia ha innumerevoli borghi abbandonati da offrirci. Ce ne sono di famosi, come Civita di Bagnoregio, e di meno conosciuti.
In Campania, la regione dove vivo, c’è una relativa abbondanza di piccoli borghi abbandonati e poco conosciuti, probabilmente i più interessanti, perché è qui che è davvero visibile – oltre che l’ abbandono – la solitudine. Non si è mai soli davvero se si è in un posto disabitato ma pieno di altri turisti. Provate invece voi ad avere un paese assolutamente tutto per voi. E’ possibile. Basta per esempio andare ad Apice, un comune di poche migliaia di anime in provincia di Benevento, proprio ai confini con la provincia di Avellino.
Se seguite le indicazioni stradali, arriverete nei pressi del municipio e rimarrete delusi: un paese abbastanza anonimo, moderno. Nei dintorni esistono antichi ponti romani (da queste parti passava la via Appia) e castelli dove avrebbe dormito Federico Barbarossa, ma il centro cittadino di Apice vi fa chiedere che ci siete venuti a fare. La risposta è semplice: avete sbagliato strada e siete giunti al nuovo insediamento urbano. Il vecchio paese sorge di fronte, su una collina lambita dalle acque del fiume Calore. Ha origini antiche, se ne hanno notizie sin dal Medio Evo, ma la sua storia ha un segno di cesura netto ed è datato 21 agosto 1962. Quel giorno, un forte terremoto colpì la Campania; arrecò molti danni e fece fortunatamente poche vittime, una ventina circa, ovvero una cifra irrisoria se comparata con i tremila morti del terremoto del 1980.
A seguito dei danni subiti, il paese fu dichiarato pericoloso ed inagibile, perché si temeva che potesse franare tutto il costone della collina dove sorgevano (e tutt’ora sorgono!) gli edifici. Gli Apicesi non furono per niente contenti dell’ ordinanza di sgombero, non avevano nessuna voglia di trasferirsi altrove e non credevano che la situazione fosse così pericolosa come veniva prospettata. E viene la tentazione di pensare che avessero ragione, perché – quasi cinquant’ anni dopo – la collina è ancora lì, non è mai franata, e le case sono ancora in piedi dopo decenni di abbandono.
Il sisma colpì intorno alle 19,30 (stranamente alla stessa ora del terremoto del 1980, ma questa è un’ altra storia), più o meno nel momento in cui a quei tempi i contadini si preparavano per la cena. Quando avvertirono la scossa, gli abitanti fuggirono all’ aperto, lasciando le porte aperte e le tavole apparecchiate. Molti di loro non furono mai più autorizzati a tornare indietro; i deschi imbanditi, le cucine con gli sportelli aperti e le lattine dell’ olio sul ripiano, pronte per essere usate: tutto è rimasto così, cristallizzato per decenni. Poi, ai danni del tempo che scorre, si sono aggiunti ladri e vandali ed oggi non ci sono più tavoli e stoviglie, ma girando tra le abitazioni abbandonate si trovano innumerevoli segni di una vita quotidiana interrotta all’ improvviso: uno degli aspetti affascinanti di Apice Vecchia è proprio questa sensazione di cristallizazione del tempo.
Molti edifici sono ormai diroccati ma ce ne sono altri che sono ancora relativamente in buono stato, anche se hanno sofferto di un’ opera sistematica di depredazione: gran parte degli antichi portali in pietra, delle ringhiere in ferro battuto, degli occhi di bue sono stati asportati e venduti chissà dove. La stragrande maggioranza delle porte e dei portoni è stata forzata e si può quindi accedere abbastanza liberamente alle abitazioni, che non hanno quasi più niente di valore al loro interno. Ci si imbatte invece ancora in oggetti di uso quotidiano, dai mangiadischi, ai libri; ci sono armadi ancora con qualche brandello d’ abito appeso, cipolle lasciate ad essiccare ormai da troppo tempo, striscioni del Partito Socialista Italiano; in quella che fu l’ abitazione di un medico, svariate confezioni di chinino (serviva per combattere la malaria!), ed un forcipe.
Bambole ormai a pezzi, disegni di bambini alle pareti: se non fosse per lo strato di polvere che si è ormai depositato su ogni cosa, si potrebbe anche sognare che ci si sta introducendo furtivamente in una casa i cui proprietari potrebbero tornare da un momento all’ altro. Stando bene attenti a non toccare assolutamente nulla, all’ interno di queste abitazioni troveremo innumerevoli ispirazioni fotografiche e documentaristiche; le vecchie case hanno architetture tradizionali, i sottotetti in cannucciato, i muri decorati con fregi dipinti direttamente sull’ intonaco. Alcune stanze mantengono ancora gli arredi originali, ad esempio qualche cucina, ed in più ci sono i locali commerciali ed artigianali, un parrucchiere, un forno con gli impianti ancora parzialmente installati.
Aggirandosi per i vicoli assediati dalle erbacce e dalla vegetazione spontanea, può capitare anche di imbattersi in visioni anacronistiche. Ad esempio, dietro la saracinesca semidivelta di un garage, si intravede il rottame di una Fiat 126. Si tratta di un’ automobile che non era ancora in produzione nel 1962! Come ci è capitata lì?
La storia di Apice ha un’ appendice: qualche abitante testardo rifiutò di trasferirsi definitivamente nel nuovo nucleo urbano e continuò ad occupare la sua antica casa ancora per decenni, nonostante l’ insediamento fosse ufficialmente disabitato ed off-limits. Il terremoto del 1980, però, fu il colpo finale, che convinse quasi tutti a trasferirsi sulla collina di fronte, dove sorgeva il nuovo abitato. E nel 1980 le Fiat 126 erano in circolazione, altrochè se circolavano!
Però Apice non è del tutto vuota: nello spiazzo del castello, da poco restaurato, sopravvive un vecchio bar con il bancone di marmo ed i tavolini sotto un pergolato e poche centinaia di metri più avanti, lungo quello che era il corso del paese, c’è ancora una bottega aperta. Il vecchio barbiere di Apice non ha mai spostato la propria attività, e continua a viaggiare ogni giorno – assieme ai suoi clienti! – da Apice nuova ad Apice vecchia e continua ad alzare la saracinesca. Non solo: ormai è diventato il depositario delle chiavi del paese, perché è lui che apre i cancelli che bloccano l’ ingresso ai visitatori (ragioni di sicurezza) e permette l’ accesso ai suoi clienti, ed è lui poi che la sera richiude anche i cancelli e restituisce Apice al suo isolamento totale.
Per fotografare ad Apice due accessori sono indispensabili: un treppiede ed un grandangolo. Molte foto saranno infatti scattate in interni, in stanze relativamente anguste ed in condizioni di scarsa luce. Ci saranno anche forti contrasti, perché l’ unica illuminazione sarà fornita dalla luce naturale proveniente dalle finestre, ed in questo caso ci potrà venire utile la tecnica dell’ HDR (High Dynamic Range).
Anche in esterno il grandangolo ritornerà utile, perché ci aggireremo comunque quasi sempre tra stretti vicoli ed anguste piazzette. Non dimentichiamo vestiti a prova di graffio e scarpe robuste.
Quattro passi per Procida
Procida è l’ isola più piccola e misconosciuta dell’ arcipelago partenopeo, ma non è certamente meno bella ed interessante delle più famose Ischia e Capri; anzi offre spunti fotografici assai interessanti, grazie alla sua conformazione, alla relativa mancanza di affollamento ed alle sue peculiari caratteristiche, come ad esempio i giardini che nella stagione giusta sono pieni di fiori, limoni ed arance.
Volendo programmare un fototour a Procida, meglio scegliere dei giorni di primavera o autunno, quando la luce è migliore grazie alla minore altezza del sole sull’ orizzonte, e c’è poca gente in giro per le strettissime strade; sarà più facile scegliere l’ inquadratura preferita e piazzare il cavalletto nel posto giusto, senza essere travolti da orde di turisti.
C’ è un altro fattore da tenere in considerazione: Procida è un’ isola piccola, più piccola anche di Capri, la si può girare tutta a piedi in un giorno, a patto di avere un minimo di predisposizione alle lunghe passeggiate. Ma se non vogliamo affaticare troppo i nostri piedi e vogliamo sfruttare le migliori opportunità offerte dalla luce, dobbiamo programmare di trascorrervi almeno un fine settimana.
Nel preparare l’ attrezzatura che porteremo con noi, teniamo presente i chilometri a piedi che ci aspettano, conditi da almeno una salita bella ripida. A meno che non siamo interessati a primissimi piani di gabbiani ed altri volatili, meglio lasciare a casa i tele più lunghi (e pesanti); un grandangolare ed un medio tele saranno sufficienti, conditi da un polarizzatore e dagli altri vostri filtri preferiti. Il cavalletto è sempre utile.
I traghetti per Procida salpano da Napoli e da Pozzuoli, ma in ogni caso attraccano al porto principale dell’ isola, che vi accoglierà immediatamente con la vista del suo centro abitato principale: una quinta molto scenografica di case dipinte in colori pastello, che offre il meglio di sé nei momenti estremi della giornata e soprattutto al sorgere del sole, quando le acque calme del porto riflettono gli edifici appena illuminati dalla luce calda dell’ alba. Al tramonto la luce è ugualmente bella, ma il Maestrale increspa il mare ed i riflessi scompaiono, mentre durante tutto l’ arco della giornata, le facciate degli edifici che affacciano sul porto sono per gran parte del tempo in controluce ed in ombra.
Sbarchiamo e prepariamoci al nostro giro, che effettueremo in senso orario attorno al perimetro dell’ isola. Incamminiamoci dunque con il mare alla nostra sinistra e passiamo dal vecchio porto che ospita traghetti e pescherecci al nuovo Marina, affollatissimo in estate. Alla nostra destra, le case multicolori dell’ isola, e la chiesa di Santa Maria della Pietà, in posizione molto particolare, al limitare della banchina, praticamente affacciata sul mare.
Seguiamo le indicazioni turistiche per Terra Murata. Ci accoglierà quasi immediatamente una salita, ma consoliamoci pensando che in fondo è l’ unica dell’ isola e poi facciamoci distrarre dalle strade strette ed acciottolate, dagli angoli nascosti e pittoreschi, dalle caratteristiche insegne dei negozi che sembrano non aver alcun sentore delle mode che passano e dei nuovi grafici che vengono alla ribalta.
Lasciamoci affascinare da ciò che ci circonda ed iniziamo a scattare, dimenticando la fatica ed il sudore, finché – raggiunta Piazza dei Martiri – svolteremo a sinistra e con un’ ultima arrampicata ci ritroveremo al cospetto del più spettacolare panorama di Procida: il Belvedere dei due cannoni: una vista superba, un assaggio di tutto ciò che ci regalerà l’ isola durante la nostra passeggiata. In fondo, i due promontori di Punta Solchiaro e Punta Pizzaco, che si allungano nel mare come dita di una mano; poi una lunga e stretta spiaggia di sabbia nera a ricordarci la natura vulcanica di Procida, ed infine – proprio sotto di noi – l’ incanto policromatico di Marina della Corricella, antico borgo di pescatori, con le case strette tra il mare ed il fianco della collina, addossate le une sulle altre; ogni edificio un colore diverso, ed in cima a tutto, quasi sotto i nostri piedi, la cupola gialla e grigia della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Il momento migliore per fotografare dal Belvedere dei due cannoni è a prima mattina, quando avremo il sole alle spalle che lentamente sorge ed illumina la baia ed il borgo della Corricella, ravvivando i colori delle facciate delle case e delle barche.
Quando riusciremo a distogliere lo sguardo da tutte queste meraviglie, noteremo alle nostre spalle un enorme bastione quasi privo di aperture, ad eccezione della cosiddetta Porta di Ferro, unico accesso al quartiere di Terra Murata. Questo è l’ originario nucleo urbano dell’ isola, posto sul suo punto più alto e quindi più facilmente difendibile dagli assalti dei pirati saraceni. L’ originaria struttura viaria fu profondamente mutata nel XVI secolo, quando furono edificate le mura di cinta, fu spianata una vasta area della collina per realizzare una piazza d’ armi e fu realizzato il Palazzo Reale, successivamente convertito in carcere. Il penitenziario è rimasto attivo fino al 1988. Completamente abbandonato dopo la sua chiusura, versa ormai in stato di abbandono e degrado, ma le finestre a picco sul mare, ancora chiuse da pesanti grate di ferro, fanno capire quale splendida vista si offrisse ogni giorno ai suoi ospiti, quasi una pena accessoria per far rimpiangere maggiormente la perduta libertà.
Intorno alla piazza d’ armi troviamo ciò che resta del borgo originario, un susseguirsi di stretti passaggi sui quali si affacciano porte, scale, finestre ed archi: la tipica architettura spontanea procidana fatta di case basse, con due, massimo tre piani sfalsati tra di loro, scale d’ accesso esterne ed archi per dare riparo ai locali a livello strada che spesso erano adibiti a bottega, o laboratorio artigiano, o anche deposito. Qui la luce filtra tra le strette aperture e crea forti contrasti; la tranquillità dei luoghi aiuta però il fotografo a trovare la giusta concentrazione per ricercare il miglior punto di ripresa e le migliori impostazioni. Continuando ad aggirarsi per il borgo ci imbatteremo anche nel convento di Santa Margherita, scenograficamente a picco sul mare; per costruirlo fu necessario realizzare un enorme complesso di piloni sormontati da archi che sono ancora visibili dal mare a chi naviga verso gli approdi della Corricella o della Chiaiolella. Terra Murata ospita anche l’ Abbazia di San Michele ed il Conservatorio delle Orfane, sulla cui sinistra si apre il belvedere di Via Borgo, con splendida vista su Napoli e il suo golfo, dominato dal cono vulcanico del Vesuvio.
Moralmente e fisicamente rinfrancati dal termine della salita e dalle belle foto già scattate, ritorniamo sui nostri passi fino a Piazza dei Martiri ed imbocchiamo poi il sentiero a gradoni che ci porterà verso il gioiello di Procida, la multicolore Marina della Corricella. Non appena imbocchiamola Gradinata del Pennino, il viottolo in discesa ci introduce in un altro mondo, circondati da mura di edifici dipinti in colori pastello che proiettano ombre lunghe e profonde dietro le quali si nascondono angoli inaspettati, passaggi coperti da volte, scale esterne che conducono ai piani superiori.
Giallo, rosa, verde, azzurro, rosso: i particolari colori delle case della Corricella non sono lì solo per motivi estetici; un tempo, infatti, gli uomini di mare di ritorno da lunghi viaggi, riconoscevano la loro abitazione a miglia di distanza, grazie anche al suo colore che la distingueva dalle altre vicine.
Scegliamo un percorso a caso, in breve ci ritroveremo comunque a pelo dell’ acqua, sul porto che fu realizzato nel diciassettesimo secolo; se dall’ alto la Corricellaè un meraviglioso scenario fotografico, esplorare il borgo significa trovarsi a contatto con una continua fonte d’ ispirazione fotografica: case multicolori addossate una accanto all’ altra, una sopra l’ altra, archi, balconi, scale, finestre, gradinate, ombre, colori, scorci di mare, imbarcazioni, reti da pesca e tra tutto ciò fremono le attività lavorative di pescatori, ristoratori, ormeggiatori, casalinghe. Ma che questo fosse l’ angolo più bello di Procida, lo avevano capito già i primi abitanti dell’ isola; il nome “Corricella” infatti, deriva dalle parole greche chora kalè che significano “bella contrada”.
Per le sue caratteristiche straordinarie, quasi uniche, la Corricella è stata usata come set per numerosi film, ma quello che è rimasto maggiormente impresso nell’ immaginario popolare “Il Postino”, del quale sentirete ancora parlare se vi intratterrete a parlare con i pescatori, soprattutto se lo farete seduti sotto gli ombrelloni del bar che fece da sfondo alle scene principali, e che da allora ha preso il nome dal film ed espone memorabilia del set, compresa la bicicletta nera sulla quale Troisi andava in giro a consegnare lettere ed esplorare anime.
In questo borgo dove spesso sembra che il tempo si sia fermato, ci si può fermare per quanto tempo si desidera: si scoprirà sempre un angolo nuovo, un profumo che prima non ci aveva sfiorato le narici, un abitante disposto a raccontare aneddoti di mare e pesca. Me se riusciamo a non dimenticarci di essere venuti qui anche per fotografare, teniamo presente che il borgo si sviluppa approssimativamente lungo un’ asse Est – Ovest ed offre quindi condizioni di luce perfette all’ alba ed al tramonto. Inoltre, esistono due punti di osservazione perfetti per sfruttare al meglio queste luci: uno è il belvedere dei due cannoni che già conosciamo e che dà le spalle al sole nascente; dall’ altro lato un secondo belvedere è facilmente raggiungibile risalendo la cosiddetta gradinata scura che si trova all’ estremità occidentale della banchina; una volta in cima svoltiamo a destra e dopo solo pochi metri raggiungeremo un terrazzo affacciato sul mare e solitamente assediato dalle auto in sosta ma che offre abbastanza spazio per montare il cavalletto e scegliere l’ inquadratura preferita.
Abbandonata anchela Corricella, proseguiamo la nostra passeggiata lungo la strada che abbiamo raggiunto risalendo la gradinata scura: teniamo il mare sempre sulla nostra sinistra ed abbandoniamo lentamente il centro abitato ammirandone le chiese e le ville Seicentesche, avviandoci verso il regno della Natura: limoni, arance, mandarini, fiori e mare.
Prima di giungere al sentiero che conduce a Punta Pizzico ci godremo un altro splendido panorama da un belvedere elevato dal quale si evince chiaramente la natura vulcanica dell’ isola ed il perimetro dei crateri spaccati ed invasi dalle acque del mare. Potremo poi ammirare anche i fantastici frutteti dei cosiddetti Giardini di Elsa dove Elsa Morante trovò l’ ispirazione per l‘ Isola di Arturo, ambientato proprio a Procida. Oggi questa è la sede del parco letterario intitolato alla scrittrice.
Il silenzio totale che ormai ci avvolge, ci accompagnerà per i prossimi chilometri di passeggiata lungo un sentiero che ci porterà a Punta Pizzaco ed a Punta Solchiaro per poi ricondurci al livello del mare al borgo della Chiaiolella, porto naturale di grande bellezza all’ interno del quale è stato realizzato un moderno Marina, il secondo dell’ isola. Il nucleo abitato della Chiaiolella è meno scenografico rispetto alla Corricella e si sviluppa in pianura, ma spostandoci verso l’ interno scopriremo la chiesa dipinta di rosa ed altri suggestivi scorci urbani, mentre dal lato del mare una stretta spiaggia di sabbia nera guarda verso l’ isolotto di Vivara (un’ oasi ornitologica off limits purtroppo da anni) ed è fiancheggiata da stabilimenti balneari dai colori sgargianti; sul mare si stagliano i piccoli Faraglioni di Procida.
Da qui alla nostra prossima meta c’è un bel tratto di strada e magari i nostri piedi stanchi si sentiranno attratti dall’ idea di un tratto in bus: il capolinea è all’ inizio de lungomare e bisognerà chiedere all’ autista di indicarci la fermata giusta per raggiungere il cimitero. Al momento opportuno scenderemo dal mezzo e ci avvieremo lungo una rotabile che ci condurrà a Punta Pioppeto, che dalla metà del diciannovesimo secolo ospita il faro di Procida, altro punto fotografico scenografico affacciato sul mare aperto. Continuiamo tra vigneti e frutteti e raggiungeremo infine il cimitero. A dispetto della nostra “originale” destinazione, ci stiamo avvicinando ad un altro splendido scenario naturale: uno stretto viottolo, infatti, costeggia il muro perimetrale del camposanto e porta alla Spiaggia del Pozzo Vecchio, racchiusa in una scenografica insenatura dove il blu ed il verde dell’ acqua si fondono con i colori dorati della sabbia.
Siamo ormai quasi al termine del nostro lungo giro; proseguendo la nostra circumnavigazione dell’ isola in senso orario, ci avviciniamo al centro urbano principale, e le abitazioni si fanno sempre più fitte. Non dobbiamo però farci sfuggire la traversa di via Faro che in poche centinaia di metri ci farà attraversare un altro angolo caratteristico e pittoresco dell’ isola, dove sorgono numerosi alberghi e bed and breakfast e ci porterà al belvedere del vecchio faro, del quale rimangono solo pochi ruderi appena visibili attraverso la fitta vegetazione. Ma se si seguono le scalette scavate nella roccia si raggiungerà un punto dal quale il faro si staglia nettamente contro l’ azzurro del mare, con l’ abitato di Monte di Procida a dominare il panorama dall’ altro lato del canale, sulla terraferma continentale.
Ormai la nostra passeggiata è finita, abbiamo raggiunto le prime case del nucleo urbano principale e già scorgiamo dietro un angolo le banchine del porto, quelle dal quale il nostro giro era iniziato appena sbarcati dal traghetto. Ma se le nostre gambe ce la fanno ancora, continuiamo a girare senza una meta precisa lungo le strade del nucleo urbano ed ancora una volta non rimarremo delusi: Procida prima di salutarci farà di tutto per confermarci di essere un paradiso per il fotografo in cerca di belle immagini.
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Il batterista sotto il sole di mezzanotte
I bambini inuit giocano da soli in queste giornate estive, calde e senza notti.
Tra gli Inuit il tipo di rapporto che si instaura tra adulti e bambini è piuttosto differente rispetto a quello che caratterizza il mondo occidentale.
I bambini sono molto amati e coccolati, ma raramente restano attaccati alle gonnelle della mamma: godono anzi di una notevole indipendenza fin dalla più tenera età. Possono molto frequentemente decidere in modo autonomo come agire e come occupare il proprio tempo e dispongono anche di una certa libertà nel trascorrere le giornate o la notte presso parenti o amici. Questo tipo di modello educativo, che nella nostra società verrebbe sicuramente associato a disinteresse o mancanza di cure da parte dei genitori, trova invece una spiegazione nel fatto che gli Inuit riconoscono dignità e autonomia al bambino anche quando è ancora piuttosto piccolo e ritengono che rispettare le scelte di un bambino significa attribuirgli dignità e insegnargli a prendere decisioni fin dall’inizio, in modo che sviluppi una propria esperienza del mondo basata sul rispetto reciproco e non sui rapporti di forza. Fidatevi, tutte queste belle cose non le dico io, ma Michaela Garbarino
Di mattina vedi i più piccoli in strada con biciclette scassate, rottami di carrozzine, con i loro giocattoli; li vedi divertirsi con il gioco dell’ estate: il tappeto elastico. Ma sempre da soli, senza i genitori.
Durante i lunghi crepuscoli vengono fuori anche gli adolescenti, spesso a coppie, ed i bambini continuano a giocare. Sempre senza genitori. E saltano sul tappeto elastico, si inseguono con un pallone in mano, fanno ciao agli stranieri esotici, giocano a calcio su quel campo costruito nell’ unica zona pianeggiante del villaggio, più grande e più bello di quelli che conosco io.
Una sera, camminando tra le case del villaggio, sentivamo da lontano un suono ritmato, non proprio un tamburo, ma qualcosa di simile. Avvicinandoci, il bum-bum si è fatto più distinto ed era chiaramente il suono di una batteria; pensavo ad un gruppo musicale che stesse esercitandosi. Invece svoltiamo l’ angolo e sotto una casa di legno azzurro con gli eglefini appesi ad essiccare, spunta fuori una batteria vera e dietro la batteria un ragazzino inuit impegnato con serietà a suonare, portando il ritmo – con dei pezzetti di legno al posto delle vere bacchette – ad una musica che poteva ascoltare solo lui con le cuffiette.
Alle 22,30, all’ improvviso, scompaiono tutti, il giovane batterista, i bambini sul tappeto elastico, gli adolescenti in giro mano nella mano. A nanna, tutti, senza Carosello e senza notte.
Questi racconti sono tratti dal mio libro “Ventisette giorni e tre notti”, totalmente autoprodotto, corredato di oltre duecento fotografie a colori.
Puoi darci un’ occhiata, ed eventualmente acquistarlo, sul sito de IL MIO LIBRO.
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E il vincitore è….
Da oggi sono fieramente in possesso di un coupon per ottenere gratis una splendida stampa fotografica su vetro, realizzata da Fracture!
Ma come avrai fatto, direte voi…beh semplice, ho vinto un concorso fotografico! E l’ ho vinto con la fotografia qui sopra, che considero una delle migliori da me realizzate finora.
Ho scattato questa foto un paio di anni fa in Cappadocia, poco fuori l’ abitato di Cavusin. Per trovare questa luce ho dovuto svegliarmi prima dell’ alba ed avviarmi per tempo, prima che tutte le mongolfiere fossero già decollate. Sinceramente, non sarei mai riuscito nel mio intento se proprio quel giorno mia moglie non avesse deciso di tirarmi giù dal letto nonostante le mie proteste. Bisogna però essere sinceri fino in fondo e dire che lei insisteva tanto non perché fosse preoccupata che io perdessi quella splendida luce, ma perché voleva essere fotografata accanto alle mongolfiere!
Ad ogni modo, dopo essere riuscita a concinvermi a vincere la mia pigrizia, ci siamo velocemente avviati verso la pianura da dove sapevamo che sarebero partite le mongolfiere che portano i turisti ad ammirare dall’ alto e rovine trogloditiche ed i “camini delle fate” per i quali va famosa la Cappadocia. Devo dire che anche un viaggetto lassù mi sarebbe piaciuto non poco, magari sarà per la prossima volta!
Questa non è l’ unica foto scatatta alle mongolfiere quel giorno, ce ne sono altre, ed alcune le trovate sulle mie pagine Flickr, e nello slideshow in fondo a questo post, ma “Quasi come una lampadina” (questo il suo titolo) da subito è quella che mi è piaciuta di più.
Quella bellissima giornata continuò, una volta che tutte le mongolfiere si furono allontanate, con un minitrekking di circa tre ore che ci portò nella cosiddetta “Valle Rosa” e poi di nuovo giù in un paesaggio arido e lunare. Eravano partiti così presto, ma così presto che riuscimmo a tornare in albergo per colazione, e che colazione! Una delle più sontuose della nostra vita, con formaggio, miele appena raccolto dall’ alveare, olive, frutta secca, pomodori, yogurt, fragrante pane appena sfornato e…date un’ occhiata qui sotto:
Per tornare al concorso, questo è organizzato ogni mese da Daniela Bowker, una fotografa e blogger britannica che ne ospita ogni mese uno con un tema diversosul suo sito www.smallaperture.com . Per febbraio il soggetto scelto era “Flight” e devo dire che sono molto orgoglioso di aver vinto, perché le foto che hanno partecipato erano davvero di livello elevato. Pensate che stia esagerando? Date un’ occhiata qui e poi mi saprete dire!
Daniela è stata molto carina, mi ha avvertito dell’ esito del concorso e si è premurata di inviarmi le istruzioni per ritirare il premio. Ma al di là della vincita materiale (che fa comunque piacere!) mi resta il piccolo ed infantile orgoglio di aver vinto, e la felicità che una mia foto sia piaciuta. E spero naturalmente piaccia anche a voi.
Date un’ occhiata anche alla pagina web dove si annuncia il risultato del concorso e magari iniziate a seguire i post di Daniela, perchè sono interessanti, istruttivi e fonte di ispirazione fotografica.
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Lo strano caso del paese fantasma
L’ isola di Angmassalik è lunga quaranta chilometri e larga trentadue; ha una forma pressappoco romboidale, con l’ asse maggiore orientato in direzione Nord-Sud. E’ un’ isola di granito levigato dal ghiaccio, montagnosa, caratterizzata da numerose valli piccole e profonde, anch’ esse modellate dall’ erosione glaciale. Solo le cime delle montagne spesso restano aguzze; evidentemente in passato erano nunataq: con questo termine inuit si indica un picco montagnoso che emerge dalla calotta polare. Ed anche una persona cattiva. Il mare che la separa dall’ isola-continente si insinua in forma di fiordi di varia dimensione ed ampiezza; Angmassalik si affaccia sul mare aperto solo sul lato meridionale, da quelle ripide falesie dalle quali si apre la vista del Polar Stream che trascina gli iceberg dal Polo verso latitudini più meridionali.
Utilizzando una piccola imbarcazione, ci vuole almeno un giorno per effettuare il periplo dell’ isola: ci si avventura prima ai bordi del Polar Stream, poi nel fiordo Sermilik, sempre invaso dagli iceberg e poi, attraverso fiordi più liberi da ghiacci fino a tornare di nuovo a Tasiilaq.
E’ questo il nostro programma di oggi: girare intorno all’ isola, scoprire cosa c’è dietro l’ angolo remoto di mondo nel quale temporaneamente viviamo.
Siamo di nuovo a bordo di un Boston-Wheeler, con ai comandi lo stesso Agloolik che già ci ha portato in cerca di iceberg e foche, ma stavolta abbiamo compagnia in barca. Con noi viaggia una giovane coppia inuit e l’ imbarcazione è piena di materiale che viene trasportato. Noi siamo i turisti, ma la barca è in giro per lavoro: qui strade non ce ne sono e d’ estate la maggior parte delle comunicazioni si svolge per mare. Solo i ricconi possono permettersi l’ elicottero, e di ricconi in Groenlandia non è che ce ne siano tantissimi.
Fa freddo. Sul mare il vento è costantemente teso, l’ acqua ha una temperatura vicina allo zero e gli iceberg sono vicini. E’ necessario essere molto ben coperti per evitare l’ assideramento. E soprattutto è indispensabile non finire in acqua!
Usciti dal fiordo, manteniamo alla nostra destra la costa alta e scoscesa; praticamente le montagne finiscono direttamente in mare, e i picchi si innalzano anche oltre gli 800 metri. Passiamo vicino a gruppi di scogli bassi, tondi e lisci prima di virare a Nord all’ imbocco del Sermilik: un fiordo lungo oltre cento chilometri e largo in media circa dieci chilometri; ma come tutti i fiordi, si fa sempre più stretto man mano che ci si avvicina al suo fondo.
Poco dopo esserci addentrati nel fiordo, tra la bruma si intravede sulla nostra sinistra un pontile di legno. La barca accosta e noi scendiamo: siamo approdati ad Ikateq! Agloolik prosegue il suo viaggio di consegne. Passerà a riprenderci più tardi.
Ikateq ufficialmente ha un abitante, ma in realtà è un villaggio fantasma, completamente disabitato. Sorge su una piccola isola, all’ imbocco del fiordo; dall’ altro lato, a limitare l’ estremità occidentale del Sermlik, c’è Capo Tycho Brahe. Che nome! Perfetto per sognare su un atlante, come la Terra di Francesco Giuseppe: nessuno dei due ha mai messo piede sul ghiaccio artico, quei segni sulle carte geografiche sono un’ emozione, un omaggio, una piaggeria, tutto meno che il ricordo della loro visita. Tycho Brahe fu quello che si avvicinò di più a queste latitudini, e non andò oltre l’ isoletta di Uranienburg – che almeno apparteneva allo stesso regno della Groenlandia – anche se la sua immagine è legata più ai tempi cabalistici di Praga: “ Egli appartiene al mistero di questa città, non solo per la scenería di astrolàbi, clessidre, armille, sestanti, fra cui si muove, ma anche per il grande naso posticcio, che gli dà aspetto sinistro e lo agguaglia al manichino spettrale di un compendio di rinoplastica. Secondo Max Brod, una pròtesi d’oro e d’argento sostituiva il naso, da lui perduto, quando era studente a Rostock, in un duello per una dama. A Tycho piaceva lasciarselo palpeggiare dagli altri, e i suoi avversari insinuavano che egli se ne servisse come di un’alidàda per compiere le osservazioni celesti, quasi il suo volto fosse composto di attrezzi da astronomo, alla maniera dei quadri dell’Arcimboldo”. Ripellino traccia magistralmente un ritratto speziato dell’ astronomo che ha dato il nome al capo che immaginiamo sorgere aldilà delle acque grigie ed immobili del fiordo: Praga, un’ altra emozione, un ricordo che mi sfiora mentre risaliamo la collina in cima alla quale sorgono le case in legno di Ikateq, che negli anni del suo massimo sviluppo arrivò a contare fino a 70 abitanti. Erano tutti cacciatori, e quando la caccia fu in gran parte vietata e regolamentata, persero ogni fonte di sostentamento e si spostarono verso Tasiilaq in cerca di sussidi statali ed alcool a buon mercato. Restarono ad Ikateq solo le donne ed i vecchi, poi gradualmente le donne raggiunsero i mariti e restarono solo i vecchi, che pian piano morivano. L’ ultimo è morto nel 2005 e da allora l’ abitato è deserto anche se sulle carte ufficiali la popolazione è ancora 1. Sarà che l’ ultimo abitante del posto non ha trovato il modo di farsi cancellare dai registri anagrafici.
Una volta in cima, poche costruzioni in legno, un deposito, una grossa struttura per essiccare il pesce ed una chiesa con annessa un’ aula scolastica. Tutto però è come se la città fosse ancora abitata: in chiesa l’ organo ha ancora gli spartiti sul leggio, nell’ aula ci sono i libri sul tavolo, i gessetti, una lavagna carica dei graffiti dei visitatori, la carta geografica (vecchiotta) appesa al muro. Le case hanno i vetri intatti, all’ interno è visibile l’ arredamento, i cappotti appesi alle grucce, le stoviglie, i soprammobili. Ci sono slitte di legno e cucce per i cani, depositi di attrezzi e pezzi di ricambio di barche. Ma non c’è anima viva. Come se il tempo si fosse cristallizzato per colpa del freddo e gli abitanti fossero scomparsi tutti all’ improvviso ed il paese non avesse attraversato una lunga fase di decadimento o come se qualcuno passasse a fare le pulizie ogni settimana. Meno male che d’ estate qui non fa mai buio, perché ci sarebbe quasi da avere timore per i fantasmi che sicuramente si aggirano tra queste case!
Ma l’ arcano si risolve rapidamente chiedendo informazioni al nostro marinaio e non ha nulla a che vedere con il soprannaturale: nel periodo invernale, quando le acque interne sono ghiacciate e su quest’ isola ci si può arrivare con le slitte, Ikateq è ancora utilizzato come avamposto e rifugio dai cacciatori che provengono dagli altri villaggi del circondario. Il clima rigido, la mancanza di polvere e la assoluta mancanza di danni provocati da altre persone contribuiscono a mantenerne l’ aspetto di un paese i cui abitanti sono tutti andati da qualche parte, e torneranno più tardi.
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Questi racconti sono tratti dal mio libro “Ventisette giorni e tre notti”, totalmente autoprodotto, corredato di oltre duecento fotografie a colori.
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Le case sulla roccia
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C’è un particolare aspetto dei paesaggi artici antropizzati che mi ha sempre colpito, sin da quando, bambino, sfogliavo gli atlanti e sognavo; e no, non sono gli iceberg ed i ghiacciai o la assoluta mancanza di alberi. Si tratta del fatto che le case sono costruite sempre direttamente sulla roccia.
A Tasiilaq gran parte delle abitazioni sono realizzate nei pressi del mare, su una serie di piccoli rilievi di granito appiattito dalle glaciazioni ma tuttavia durissimo da lavorare. Il paese sorge in una conca che da un lato digrada lentamente verso il litorale del fiordo e dall’ altro si innalza invece verso le alte scogliere che guardano verso il Mar Glaciale Artico. Nel mezzo di questa conca esiste una zona pianeggiante, sabbiosa ed abbastanza vasta. E sapete cosa c’è lì’? Il campo di calcio! Le abitazioni seguono la linea di pendenza, dal fiordo su su verso il limitare della scogliera, e sono tutte costruite sulla roccia.
Nulla succede per caso e anche gli Inuit obbediscono alla regola secondo la quale il modo migliore di realizzare un progetto è quello di utilizzare il minimo sforzo per ottenere la massima resa. Fare un buco nel granito e non scavare nella pianura sabbiosa significa fare il minimo sforzo?
A questo punto dobbiamo fare conoscenza con il permafrost, la crosta terrestre eternamente gelata che – nelle zone polari – si trova immediatamente sotto il terreno che calpestiamo, ad una profondità variabile e che in Groenlandia è pari a poche decine di centimetri. Si tratta in effetti dei residui delle antiche glaciazioni coperti da un sottile strato di humus: detriti e roccia saldati assieme dall’ acqua ghiacciata a formare una massa compatta e solidissima, impossibile da lavorare con attrezzi manuali e con la pessima tendenza a liquefarsi nel suo strato superficiale se la temperatura si alza.
Il ghiaccio compresso è ben più duro da lavorare del granito. Ma pensate un attimo a cosa succederebbe se qualcuno decidesse che vale la pena di investire in qualche quintale di dinamite per scavare le fondamenta nel permafrost ed avere la sua bella casa in pianura: già il calore provocato dalle esplosioni e dagli scavi contribuirebbe e liquefare gli strati superficiali del permafrost, rendendo più difficoltoso il lavoro; ma poi, una volta terminata la costruzione cosa succede? Il terreno coperto dal solaio si riscalda per effetto della mancata esposizione alle intemperie e del riscaldamento interno all’ abitazione. Col tempo il calore penetra in profondità ed il permafrost inizia a liquefarsi. Possono passare anni, magari decenni, ma poi lo scioglimento dello strato sottostante le fondamenta porterà inevitabilmente allo slittamento della struttura ed al suo possibile crollo
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Ammassalik – il lato nascosto della Groenlandia, una mostra a Courmayeur
Se i miei racconti dell’ Artico hanno acceso in voi almeno un briciolo di curiosità su quelle terre remote e sull’ affascinante cultura inuit, se abitate nelle vicinanze di Courmayeur o se avete progettato una settimana bianca in Valle d’ Aosta, vi consiglio di non perdervi l’ interessantissima mostra Ammassalik – il lato nascosto della Groenlandia, che verrà inaugurata il 24 dicembre al Museo Alpino Duca degli Abruzzi di Courmayeur, e che ospiterà, anche una serie di fotografie scattate dal sottoscritto assieme ad altri splendidi scatti di fotografi che hanno avuto la fortuna di visitare quelle terre remote.
La mostra sarà integrata da schede informative sulla realtà geografica e sociale della Groenlandia Orientale e da una serie di pannelli che riportano citazioni degli abitanti del luogo, che raccontano in prima persona la loro vita ad Ammassalik.
Le citazioni sono state raccolte da Robert Peroni, un personaggio straordinario: di origini altoatesine, sulle spalle un bel po’ di decadi ottimamente portate, in gioventù ha studiato medicina, è stato guida alpina ed esploratore. Ha vissuto in Tibet; poi un giorno di 30 anni fa è arrivato in Groenlandia per una spedizione e non è mai più tornato indietro; si è stabilito a Tasiilaq, dove ha finanziato ed aperto la “Red House”, la Casa Rossa che è allo stesso tempo albergo e centro di assistenza per la popolazione locale. Presso la Casa Rossa pernottano e mangiano i viaggiatori che si avventurano fin qui (anche noi lo abbiamo fatto), viene organizzata la logistica e l’ assistenza delle spedizioni, ma soprattutto si offre lavoro e nuove prospettive di vita ai giovani inuit.
La principale fonte di reddito degli abitanti della Groenlandia Orientale è sempre dipesa dalla vendita delle pelli provenienti da una caccia effettuata ad esclusivo uso alimentare. Il bando al commercio di pelli di foca e di orso ha creato profondi danni alla comunità di Ammassalik. Ad eccezione dei pochi fortunati che hanno un’ occupazione negli uffici pubblici, nella manutenzione delle infrastrutture o nelle scarse attività commerciali, per gli altri la mancanza di lavoro e la perdita delle radici culturali sono un mix esplosivo che scava profondamente nell’ animo e li riduce spesso sotto la soglia di povertà, costretti a ricorrere al sussidio di disoccupazione elargito dal governo danese: emigrazione, disoccupazione e umiliazione per il sussidio, combinate alla perdita dei modi di vivere con cui sono stati educati e cresciuti, danno origine, specialmente fra le giovani generazioni, a numerosi e gravi problemi. Alcoolismo, depressione e un tasso di suicidi paurosamente alto sono all’ordine del giorno.
Ma se qualcuno vuole abbandonare questa strada di disperazione, non ha che da bussare alla porta della Casa Rossa e Robert Peroni gli offrirà un lavoro, gli insegnerà a guidare le spedizioni, ad essere guida per i turisti, lo istruirà personalmente nell’ arte della cucina fusion inuit: la sua idea è infatti quella di trapiantare le ricette della cucina italiana in Groenlandia, utilizzando ingredienti tipici del posto. E così il piatto forte a cena può essere il narvalo stufato con polenta, la foca, o un arrosto di orso bianco o ancora il bue muschiato alla pizzaiola.
Robert è sempre stato e resta un tipo fuori dall’ ordinario: è forse l’unico essere umano ad aver attraversato la Groenlandia da solo e senza assistenza: 1.400 chilometri, 88 giorni a piedi sul ghiaccio. Per gli abitanti della Groenlandia Orientale ha fatto tantissimo, e continua a farlo tanto che nel 2007 gli Inuit sono stati unanimi nel candidarlo (naturalmente senza successo) al premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore della popolazione locale e dall’ unione priva di prevaricazioni delle due culture, quella inuit e quella europea.
Questa interessante iniziativa è stata curata da Ottorino Tosti, speleologo e coordinatore del progetto ItaliAmmassalik per la conoscenza, la valorizzazione e la salvaguardia del patrimonio culturale tradizionale degli Inuit dei villaggi del distretto di Ammassalik.
Si tratta di un associazione di volontari (ed anche io sono onorato di aver iniziato a collaborare con loro) che mira alla realizzazione di interventi di immagine e comunicazione, di conoscenza del territorio, di promozione per lo sviluppo del turismo, finalizzati a garantire alla popolazione locale il diritto di progredire nel mondo moderno con fiducia e autostima, rinsaldando i legami con la propria terra, le proprie tradizioni, i propri usi e i propri costumi.
Il progetto mira a creare un rapporto di salda collaborazione e di reciproco scambio Italia-Ammassalik-Italia attraverso la creazione di una rete di soggetti che operino in maniera sinergica e continuativa a diffondere la conoscenza degli Inuit di Ammassalik per mezzo della realizzazione di materiale multimediale, mostre documentarie, convegni, pubblicazioni, missioni etnografiche, antropologiche e geografico-esplorative; un altro obiettivo è quello di promuovere, dare sostegno e collaborazione al miglioramento dell’offerta turistica, collaborando con la Red House di Robert Peroni, e, nei villaggi più remoti, dove non esistono punti di accoglienza, individuando le case private che potrebbero essere messe a disposizione per alloggiare gruppi di turisti e preparandole per un’accoglienza di tipo guest-house. La permanenza presso una famiglia aiuta a conoscere la gente del posto, la cucina tipica locale, e l’ospite può, all’occorrenza, introdurre lui stesso gli ospiti alla conoscenza dei luoghi.
Il progetto intende inoltre collaborare nella formazione professionale di guide e accompagnatori turistici.
La mostra –che resterà aperta sino al prossimo 30 aprile – sarà presentata il prossimo 28 dicembre nel corso di una manifestazione che si terrà alle ore 18 nel Jardin de l’ Ange, nel cuore di Courmayeur.
E se qualcuno di voi si troverà davvero da quelle parti il 28 dicembre o nei giorni della mostra e vorrà scattare delle foto da inviarmi via mail, ne sarei davvero contento: per motivi di famiglia, infatti, non potrò essere presente alla presentazione ed all’ inaugurazione e mi piacerebbe mantenere un ricordo fotografico di questa bella iniziativa.
La valle dei fiori
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Poco fuori Tasiilaq, ai limiti del ghiaccio perenne, in una delle zone più desolate ed inospitali del mondo, dove l’ inverno dura nove mesi e per sei mesi la luce del sole è un pallido ricordo dell’ anno precedente, esiste una Valle dei Fiori.
Si tratta di una valle glaciale lungo la quale scorre un fiumicello cortissimo, ma così corto che lo abbiamo risalito tutto, dalla foce, nel porto di Tasiilaq, alla sorgente, che è poi un lago di fusione. E’ un torrentello corto, ma full optional: ci sono due cascate molto pittoresche ed un’ ansa dove il fiume scorre placido e largo, creando una specie di secondo lago.
Grazie alla sua esposizione, durante i mesi caldi l’ intera valle è quasi sempre illuminata dal sole e cos’ il verde bruno della tundra durante l’ estate è letteralmente cosparso di piccoli fiori multicolori: qui l’ estate dura poco, ma è un rigoglioso risveglio della natura, che in quei giorni sprigiona tutta la sua potenza e la voglia di uscire dal lungo letargo invernale.
Il punto più bello della valle è una piccola altura da dove si può vedere l’ ansa del fiume, le prime case colorate del villaggio ed in fondo il fiordo, gli iceberg, le montagne con le cime ricoperte di ghiaccio.
Non lontano dal centro abitato, dove la valle si allarga prima di giungere al mare, a fianco del fiume è stato collocato il cimitero del paese: tante croci bianche, senza un nome.
E questo ha un motivo ben preciso che affonda le sue radici nella cultura ancestrale del popolo inuit. Questo è un luogo di frontiera: la cultura (in senso lato) degli Europei vi è approdata relativamente da poco e ha cercato in ogni modo di omologare la civiltà inuit, senza però riuscirci del tutto. Esistono sacche che si sono rivelate impermeabili alla colonizzazione culturale occidentale ed altre in cui si è giunti all’ elaborazione di una sintesi. Questo sincretismo è ben visibile in campo religioso: l’ avvento del cattoilicesimo non ha infatti cancellato la tradizione animista degli uomini dei ghiacci. La tradizione inuit vuole che il nome di ogni trapassato sia trasferito ad un’ altra persona, di modo che possa continuare a vivere di generazione in generazione: presso tutti gli eschimesi un bambino reca sempre il nome di una persona morta da poco, di solito quello di un parente, il che facilita la reincarnazione. La credenza nella rinascita come essere umano o nella trasmigrazione nel corpo di un animale, è assai diffusa tra gli eschimesi e riporta alle culture di quell’ Asia da cui gli Inuit provengono.
Le croci sono anche addobbate con fiori, ma non sono i fiorellini che punteggiano il prato della valle; sono di plastica, costano di meno, durano di più e sono sempre disponibili, al contrario dei prodotti dell’ estate artica, che vivono per un mese o poco più.
Anche la pratica dell’ inumazione in terra è stata adottata solo dopo la penetrazione della religione cattolica; in precedenza, i corpi venivano mummificati (se si trattava di un valoroso cacciatore o di un personaggio di rango) oppure esposti alle intemperie, perché si decomponessero o fossero sbranati dagli animali selvatici. Credenze, ma anche senso del pratico: non dev’ essere per niente facile scavare una fossa abbastanza profonda nel durissimo permafrost.
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Piccola storia ignobile
Questa è la storia di come si possano perdere clienti per pochi spiccioli e di come anche nell’ era di Internet la pigrizia o la furbizia possano avere la meglio sulla correttezza. E’ triste, ma mi sembra proprio che spesso le cose vadano così. Se ne avete voglia continuate a leggere e scoprite cosa mi è successo.
Tutto inizia la scorsa estate quando – mentre esploravo l’ affascinante abbandono di Apice (e ve ne parlerò in un prossimo post) – perdo il tappo copriobiettivo del mio zoom standard.
Siccome nella città dove vivo i negozi di fotografia non sono il massimo per assortimento ed un copriobiettivo diametro 58 non si trova da nessuna parte, mi decvido ad acquistarlo su Internet, anche se so che l’ incidenza delle spese di spedizione annullerà la convenienza dell’ acquisto. Ma tant’è: ne ho bisogno.
E allora, una sera, terminato il lavoro, mi faccio un giretto per la rete alla ricerca di chi mi offra una combinazione prezzo/spese di spedizione non troppo svantaggiosa. Cercando cercando, mi imbatto in un sito che ha quello che mi serve e lo vende a 3,61 Euro più 10 Euro di spese di spedizione. Per fare incidere meno quest’ ultima voce, decido di acquistare anche qualche altra cosa di cui non ho assoluta necessità, ma non si sa mai….e così ordino anche un secondo tappo, una batteria di ricambio per la mia reflex ed una scheda di memoria da 8 Giga. Totale dell’ ordine, 55,34 Euro compresa la spedizione; mi affretto a pagare con bonifico bancario (che è l’ unica forma di pagamento accettata dal sito). L’ ordine ed il pagamento sono del 1 luglio 2011.
E qui inizia il bello, perché il 26 luglio, quindi dopo una lunga attesa, mi viene recapitato un pacco che però contiene solo la batteria e la scheda di memoria. Ed i tappi, che erano la ragione principale del mio acquisto? Scrivo una mail per scoprire che fine hanno fatto i copriobiettivo e mi viene risposto:
Gentile cliente, i copriobiettivi torneranno disponibili a settembre;procediamo con il rimborso?.
Già questo non mi piace: potevano anche dirmelo prima, penso. Ma ormai ci siamo, i copriobiettivo mi servono, non posso aspettare fino a settembre altrimenti per tutta l’ estate dovrò andare in giro senza protezione per la mia lente frontale e per i miei filtri; dovrò necessariamente acquistarli da qualche altra parte. E quindi do il benestare per procedere al rimborso del residuo dell’ ordine ed mi metto nuovamente in cerca su Internet dei miei tappetti.
I soldi però non arrivano, ed il 2 agosto, invio un sollecito. Dopo due giorni (e già qui la rapidità di risposta inizia a diminuire) mi viene risposto che non ho fornito le coordinate bancarie per il bonifico. Mi affretto a farlo e continuo ad aspettare. Nel frattempo, naturalmente, ho trovato un altro negoziante dal quale ho acquistato i tappi copriobiettivo, e li ho anche già ricevuti e pagati con PayPal che almeno ti permette di aprire una contestazione in casi simili.
Invece i soldi già anticipati per un prodotto che non ho mai ricevuto sono rimasti nelle mani del venditore. Stiamo parlando di 7 Euro e 22 centesimi.
Visto che comunque non c’è traccia del bonifico, sollecito ancora; questa volta passano tre giorni, poi mi scrive ancora il titolare della ditta, che si scusa per il ritardo ed assicura che procederà a breve con il rimborso. Come si calcola un a breve? Una settimana o dieci giorni credo siano un tempo sufficiente. Io ne faccio trascorrere quaranta, di giorni ed il 19 settembre, scrivo ancora chiedendo informazioni sui miei soldi. Risposta:
Ci scusiamo per l’attesa, si è evidentemente verificata una svista da parte dell’amministrazione,provvederemo in settimana ad effettuare il bonifico a suo favore. Riceverà una mail con il numero CRO della transazione.
Naturalmente questa mail non è mai arrivata, come non mi sono mai arrivati i soldi promessi e dovuti. Ho sollecitato ancora il 12 ottobre, senza ottenere alcuna risposta, ed il 19 ottobre ricevendo due righe di riscontro in cui mi si comunica che il bonifico è stato sollecitato in amministrazione.
Bisogna tener presente che io so, avendo attinto notizie da banche dati pubblicamente accessibili (basta pagare…), che la ditta che mi dovrebbe restituire questi pochi spiccioli è una ditta individuale, che non ha dipendenti ufficialmente dichiarati, quindi immagino il titolare che telefona a se stesso e sollecita il micropagamento dovutomi e poi subito dopo si mette a pemsare ad un’ altra scusa per non effettuare il bonifico.
Sarebbe stato molto più semplice e corretto scrivermi: caro cliente, la somma è talmente bassa che per effettuare il bonifico spenderei più di quanto le devo, per cui perché non utilizza il suo credito per acquistare ancora qualcosa da me? Magari quei due copriobiettivo li avrei acquistati lo stesso e mantenuti in riserva.
A questo punto ho deciso di averne piene le scatole e che posso anche fare a meno di 7,22 Euro, al limite rinuncio ad un aperitivo.
Naturalmente i soldi non sono mai arrivati. Ho una moglie avvocato e potrei anche divertirmi (aggratissss!) a sollecitare formalmente il pagamento, ma francamente, per questo importo, me ne vergogno, e poi non vale la pena neanche investirci i soldi della raccomandata.
Il titolare della ditta se li tenga quei soldi, li investa oculatamente per il suo futuro e stia pur certo che non solo io non gli darò mai più un centesimo, ma starò bene attento a far sapere in giro quel è stato il suo comportamento.
Al termine di questa storia che è anche un po’ uno sfogo, se volete sapere chi è che si è comportato così, non vi resta che fare clic qui.
Il viaggiatore, l’ antiviaggiatore ed il viaggiatore slow: un modo diverso di trascorrere l’ 11/11/11
ho il piacere d’invitarvi ad una serata molto speciale che si svolgerà venerdì 11 novembre 2011 presso il ristorante DECAMERON di Forino alle ore 19.00
Questa data che riecheggia la cabala (11-11-11) sarà dedicata al tema del viaggio ed ai vari modi di interpretarlo, perciò è intitolata
“IL VIAGGIATORE, L’ANTIVIAGGIATORE ED IL VIAGGIATORE SLOW”.
Saranno esposte alcune delle mie migliori fotografie di viaggio, ci sarà una performance molto simpatica di Carlo Crescitelli (l’ antiviaggiatore) sul tema dei viaggi alternativi ed avventurosi, e sarà proiettata una raccolta di foto scattate da Lucio Napodano dedicate ad aspetti umani e situazioni originali che l’occhio del Viaggiatore Slow riesce a cogliere.
Non mancheranno assaggi di prodotti tipici irpini preparati e serviti a buffet da DECAMERON , marmellate e confetture offerte da Il Poggio del Picchio e vini offerti da Cantine Colle di San Domenico .
Qui sotto ci sono le indicazioni su come raggiungere il ristorante, che è un po’ fuori mano, ma molto accogliente e situato in un antico centro urbano di decadente bellezza: potete farvene un’ idea dando un’ occhiata alla galleria fotografica che ho preparato per voi.
Vi aspetto!




























